Ascolto la radio, leggo i giornali: le notizie sul probabile default dell’Italia si susseguono con sempre maggiore insistenza. Tra i tanti articoli che raccontano la stessa storia, ne cito a caso uno de Linkiesta che titola: Questa non è un’esercitazione: stiamo facendo crollare davvero l’Italia, lo potete leggere qui. Siamo paralizzati. Non c’è nessuno a contrastare chi fa di tutto per spingerci giù dal burrone, lavorando con ostinazione invece che con competenza. Forse Conte, Salvini, Di Maio, Tria e compagnia si salveranno attraversando il “tunnel del Brennero”, guidati dal ministro Toninelli.

Lo sanno gli italiani che la parola default significa fallimento? Io credo che molti non ne conoscano il significato e non sappiano che un tale disastro si porterà dietro una scia di altri fallimenti, che tanti perderanno il posto di lavoro e lo stipendio e che le pensioni verranno decurtate e che la pacchia, sì “la pacchia”, sarà il Paese in rovina.

Rimugino questi pensieri quando suona il telefono. È la zia Alba, ottant’anni da guerriera: «Ti saluto, me ne vado.»
«Dove vai?» È sempre stata un po’ fuori dalle righe, la zia, una single che si è goduta la vita.
«Ti ricordi Claire, la mia amica?»
«Sì, quella che sta in Canada! Non dirmi che…»
«Te lo dico. Quale Paese meglio del Canada? Ti ho lasciato un pacco in portineria.»
«Quando parti? E poi quando torni? Che pacco?»
«Domani. Ho liquidato tutto. Non lascio sospesi, tranne te. E mi dispiace.»
«Zia…»
«Non posso restare in un Paese che va in rovina per mano di un bue e di un asino. E non voglio sentire la fame, alla mia età. Io lascio. E tu preparati, fai qualcosa!»
Io credo che la zia Alba esageri, tuttavia cosa mi sta suggerendo? Di partire, oppure… In realtà mi ha già sfiorato l’idea di organizzare una forma di difesa molto pratica: fare una bella spesa di generi non deperibili per quando ci sarà l’assalto ai supermercati che poi resteranno vuoti o con poche merci per un po’, provvedere una scorta di medicinali sufficiente per… Per quanto tempo? E i soldi? I prezzi andranno alle stelle mentre i prelievi al Bancomat saranno contingentati e la carta di credito farà la muffa. E se poi ci sarà bisogno di cure? Chissà che fine farà la sanità. E la corrente? E il gas? Verranno erogati con continuità? Fino a che punto l’andare in fallimento ci metterà tutti con il culo a terra? Mi pare impossibile che possano realizzarsi le previsione più nefaste, ma i fatti e il buon senso mi conducono lì. Lo so, ma non ci credo.
«Aspetta, zia! Vengo da te.» Ho il magone. Un pezzo del mio mondo sta scomparendo.
«Non venire. Non voglio.» La voce è tremante, ma si riprende. «Lo so che ti sembro matta, anche egoista, ma non mi va di restare per vedere le macerie. Sai cosa intendo. Ricordati il pacco.»
«Dammi tempo, dobbiamo parlare.» Mi sento mancare la terra sotto i piedi. «Cosa c’è nel pacco?»
«I miei diari. Tu scrivi: divertiti, allora! E salutami quella brava persona che ti sopporta e perfino il tuo cane. Ti voglio bene. Ci vediamo su Skype, poi magari vi deciderete a venire anche voi…»
«Chiama quando arrivi!» La risposta è un clic.
E i telefoni fissi, funzioneranno dopo il default?

Devo ricordarmi di fare una bella scorta di pappe anche per la Tina, finchè sono in tempo, poi torno a scrivere il mio libro.
E la connessione, ci sarà? Andrà a singhiozzo?
La radio in sottofondo mi rimanda la solita voce; ripete che “non si torna indietro”. Mi viene in mente quel film di Ridley Scott, Thelma & Louise, la scena conclusiva in cui Susan Sarandon e Geena Davis si lanciano giù dal burrone. E se sulla Thunderbird ci fossimo tutti, adesso!

Quanto tempo abbiamo prima di sapere con certezza che fine faremo? Cadremo in un pozzo nero o rinasceremo?
La guerra, una strana guerra, era iniziata da un pezzo. Come tanti l’ho capito tardi, ma c’è ancora chi non lo sa.

Immagine dal web: Thelma e Louise, la fuga con la Ford Thunderbird

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