Sono in montagna, l’unico posto in cui riesco a lavorare quando il caldo di Milano mi fonde i pensieri. Ho appena chiuso un romanzo, una storia d’invenzione in cui ho fatto in modo che l’autore, la persona che mi ha commissionato il libro, si potesse comunque rispecchiare.

Il libro è buono, sono soddisfatta io, è soddisfatto l’autore, e mi sono divertita a scriverlo, ma la relazione tra noi non mi ha soddisfatto. Dovevo aspettarmelo, il mio intuito mi aveva messo in guardia: il cliente, un uomo sul crinale della mezza età, non mi convinceva, sospettavo potesse appartenere a una delle categorie di aspiranti autori da cui rifuggo, ma non vi dirò quale perché anche lui legge questo blog. Vi basti sapere che, nel tempo in cui mi ha corteggiata – o meglio, ha corteggiato la ghostwriter che sono – ho cercato di dissuaderlo dall’intraprendere il progetto di scrittura così come l’aveva immaginato perché proprio non ne valeva la pena. Alla fine, dopo aver subito un lungo assedio e dopo che lui ha accettato di stravolgere il suo soggetto, ho ceduto e tuttavia, nonostante il piacere che ho ricavato dalla scrittura, sono scontenta di non aver guadagnato anche una relazione stimolante quanto avrei voluto. Ho sbagliato nel valutare l’aspirante autore forse perché lui indossava una maschera molto ben costruita e del resto, mai come oggi, nulla è ciò che sembra.

Negli anni, gli aspiranti autori alla ricerca di un ghostwriter che scriva per loro il libro della vita hanno subito una trasformazione profonda: io quel cambiamento l’ho vissuto in presa diretta. Faccio questo mestiere da prima che gli italiani imparassero cos’è il ghostwriting, e molti non lo hanno chiaro ancora oggi: chi pensa che il lavoro del ghostwriter si limiti alla scrittura su commissione non sa nulla delle sue sfaccettature. Il ghostwriting non è un mestiere per scrittori introversi, la scrittura è la base, ma c’è molto altro: bisogna lavorare un po’ da antropologi, talvolta occorre indossare i panni di Jessica Fletcher e, nei casi più estremi, si può arrivare a inventarsi psichiatri della domenica.

Un tempo, chi interpellava un ghostwriter portava quasi sempre con sé una storia che aveva peso, spessore, consistenza: per questo, nella mia ormai lunga carriera di scrittrice fantasma, ho avuto la fortuna di incontrare dei Giganti. Oggi, capita con frequenza di inciampare in aspiranti autori dall’ego smisurato, convinti che sia sufficiente metter mano al portafoglio per comprare il romanzo della propria vita. I soldi sono importanti, nessuno lavora gratis, ma per scrivere una storia, io devo poter contare su un protagonista che sia all’altezza.

La trasformazione consumata tra questi due estremi dice molto del mestiere di scrivere per conto terzi e di come sia cambiato il rapporto delle persone con il proprio vissuto e con l’idea che meriti di essere raccontato. Da qui si complica il processo di scrematura dei potenziali clienti, sempre più complesso. Oddio, ecco che mi assale un attacco di nostalgia per la scrittura di certi libri, quando la relazione con chi mi narrava la storia era preziosa: non ci devo pensare.

L’Età dell’Oro del ghostwriting
All’inizio, quasi sempre i clienti/aspiranti autori erano personaggi di uno spessore oggi raro: individui che avevano vissuto intensamente, in qualche caso testimoni diretti della Storia con la maiuscola. I miei Giganti, appunto.

Il cliente tipo si collocava in quella che una volta era considerata l’età matura, intorno ai cinquant’anni; quasi mai era molto anziano. Aveva alle spalle guerre, migrazioni, amori e avventure di ogni genere vissute in giro per il mondo. Magari era morto e risorto – in senso figurato – più volte, e spesso aveva fatto fortuna in modi inaspettati, o costruito un impero dal nulla. Offriva di tutto: meraviglia, relazioni complicate, amore viscerale, odio profondo, violenza, orrore e altro ancora. Questo tipo di persona non cercava un ghostwriter per pura vanità: in alcuni casi voleva rivivere il passato per comprenderlo meglio, per tentare un lavoro di autoanalisi; spesso avvertiva un forte senso di responsabilità verso ciò che aveva vissuto. Possedeva una storia che pretendeva di essere scritta, e con ragione. In questi casi, mi sintonizzavo sulla sua epica: materiale che era già oro colato.

C’era poi un’altra categoria di clienti per cui valeva la pena scrivere: i custodi della Memoria. Erano i figli, i nipoti, talvolta i protagonisti stessi in là con gli anni, che volevano mettere ordine nel passato affinché non sfumasse fino a scomparire. A costoro non interessava farsi belli con il nome in copertina: volevano entrare in sintonia con qualcuno capace di ascoltare la loro versione dei fatti per poi tradurla in un libro, in un’autobiografia romanzata. Quasi sempre mi scoprivo a maneggiare materiale incandescente: segreti di famiglia celati nei risvolti della storia di un vecchio partigiano, o di una nonna migrata lontano e poi tornata con un nuovo marito, o di un reduce che per una vita intera non aveva mai raccontato a nessuno quel che aveva vissuto, e per fortuna c’ero io, a chiedergli i dettagli di anni oscuri, prima che andassero perduti. Magari, dopo la sua dipartita, qualcuno dei suoi parenti e amici avrebbe letto: a ripensarci, sono state diverse le storie svelate “dopo”, per contratto.

Che tempi, e che storie! Queste persone avevano la consapevolezza di non essere al centro della narrazione: volevano restituire dignità a una vita com’era stata, nel bene e nel male, senza rischiare che qualcuno correggesse le tante zone d’ombra. Scrivere per loro era un lavoro impegnativo, delicato, appassionante, totalizzante. In quei casi raccoglievo i racconti orali con umiltà, capivo presto dove stava il cuore della storia, poi la romanzavo senza bisogno di inventare chissà cosa, impegnandomi solo a montarla nel modo più efficace.

L’era dei casi personali
Poi il mercato si è andato allargando oltre le storie collettive con la stagione dei “casi personali” e di chi pensa “il libro mi serve come biglietto da visita”. Aumentano le richieste di scrittura da parte di persone con un passato complicato – amori tossici, dinamiche familiari violente, percorsi di rinascita dopo un trauma, e così via, oppure questi percorsi di vita sono disseminati dagli ostacoli che incontriamo più o meno tutti: problemi economici, malattia, fallimenti, nuovi inizi, intrecciati in modi singolari. In questi casi, talvolta la scrittura è affrontata con un intento terapeutico in parte legittimo, magari accompagnato dalla speranza, inconfessabile, di ottenere un regolamento di conti postumo.

In parallelo si apre l’era del libro come strumento di marketing per professionisti e imprenditori desiderosi di capitalizzare il proprio successo: una festa per l’editoria a pagamento. Qui la scelta del ghostwriter diventa vitale per la reputazione del cliente: la differenza tra un libro che funziona e uno che affossa la reputazione del protagonista si gioca tutta lì, nella capacità di trasformare un percorso professionale, spesso onesto e a volte persino interessante, in una storia che qualcuno abbia voglia di leggere fino in fondo. Il memoir dell’imprenditore di provincia non venderà centomila copie: lo leggeranno solo quattro gatti – dipendenti, clienti fedeli, qualche giornalista locale compiacente, i parenti che non possono rifiutarsi. Proprio per questo un libro ben scritto, romanzato con mestiere, aggiunge un valore reale al personaggio: lo rende tridimensionale, gli dà una voce coerente, trasforma il curriculum in racconto. Un libro noioso fa l’esatto opposto: certifica, nero su bianco, che dietro il brand non c’è poi molto da dire. In questo senso il ghostwriter giusto è un’assicurazione indispensabile.

I vendicativi e gli infelici
Accanto agli aspiranti autori più o meno legittimi, si fa avanti una pletora di soggetti mossi da un movente meno nobile: il desiderio di vendetta. Non sempre è dichiarato – qualche volta sì, fin dal primo colloquio – ma comunque è riconoscibile da chi, come me, fa questo mestiere da molto tempo. La categoria dei rancorosi comprende di tutto: ci sono quelli che vogliono rivendicare un diritto calpestato, o solo ritenuto tale, convinti che basti raccontarlo per farlo diventare verità processuale, già con la sentenza scritta in testa; e quelli che pensano di poter mettere in mostra i dettagli di un caso giudiziario ancora sotto processo, ignorando le leggi sulla diffamazione e i segreti istruttori.

Infine c’è la categoria degli infelici senza rimedio: soggetti afflitti dal rimpianto per una vita mediocre da cui non sanno come uscire, convinti che un libro sia la bacchetta magica per svoltare, senza però avere né il talento per farlo né una storia da raccontare. Sono sempre da scartare a priori: hanno un disagio da elaborare e per quello serve un altro tipo di specialista, non un ghostwriter.

L’elenco potrebbe continuare, ma mi fermo qui. Fare il ghostwriter significa incontrare, con una frequenza sorprendente, l’umanità più eccentrica e imprevedibile: occorre cautela. Imbarcarsi in un incarico di scrittura per soggetti inadeguati è sempre sbagliato e, quasi sempre, è anche un atto irresponsabile verso chi vuole affidarsi alla tua scrittura.

Ma è arrivato il momento di parlare del presente, la fase più complessa da gestire.

Il mercato si è democratizzato, e la domanda di ghostwriting – così come l’offerta – è aumentata: tanti, troppi, hanno l’ambizione di scrivere un libro e questo fenomeno ha portato una diluizione feroce della qualità media. Molti dei potenziali clienti di oggi sono poco lucidi, e con questo non voglio dire che siano ingenui, almeno non nel senso classico del termine: spesso sono persone che nella vita hanno costruito qualcosa, altrimenti non avrebbero i mezzi per permettersi le tariffe di una scrittrice professionista come me. Trovo invece che certi soggetti siano ingenui in un’area specifica e circoscritta: quella della consapevolezza di sé. Non sanno cosa stanno chiedendo, non sanno perché lo stanno chiedendo, e soprattutto non hanno la minima idea di quanto lavoro, quanta pazienza e quanta onestà brutale servano per trasformare un’esistenza – qualsiasi esistenza, anche la più interessante – in un libro che si lasci leggere.

Da qui nascono alcune delle difficoltà nella selezione del potenziale cliente, complicata anche da altri fattori. I narcisisti patologici si sprecano: persone convinte che ogni loro respiro meriti una menzione d’onore, e che il mondo sia lì, col fiato sospeso, in attesa delle loro memorie, o della storia che si sono inventati. Alcuni si propongono tronfi di un insano delirio di onnipotenza commerciale, e approcciano il ghostwriter con la pretesa di comprare il “romanzo della vita” come se stessero acquistando un sacco di patate al mercato: per peso, per quantità di pagine, per l’illusione che più si paga e più la storia diventerà automaticamente straordinaria. Questi soggetti non fanno troppe domande sul processo, le fanno solo sui tempi di consegna; sono convinti che saranno autori di un bestseller con la stessa naturalezza con cui credono nella propria irresistibile narrativa, e arrivano con i soldi in mano e l’atteggiamento di chi dice: “Io pago, tu scrivi quello che voglio io”. No, grazie.

Manca la comprensione del fatto che scrivere un libro è un processo simbiotico, un’interazione intellettuale che richiede umiltà, fiducia e, soprattutto, una resilienza solida. Comprare le parole di un professionista non ti rende automaticamente un autore, così come tenere una racchetta in mano non fa di te Jannik Sinner.

La difficoltà vera, oggi, non è più capire che tipo di storia porta il cliente. È capire che tipo di cliente porta la storia e, più nello specifico, quanto sia in grado di reggere il confronto con la realtà del proprio progetto.

Il lavoro, oggi
Oggi il lavoro del ghostwriter comincia ben prima di firmare un contratto, ben prima di scrivere una riga: consiste nel selezionare chi ha una storia da raccontare da chi ha solo un ego da imbottire di carta stampata. Per risparmiare tempo (e mal di fegato), ho sviluppato un mio personale test d’ingresso, un approccio brusco, ma efficace. Quando un potenziale cliente mi contatta, non gli chiedo quanto sia straordinaria la sua vita, invece gli pongo domande del tipo: “Mi racconta di quella volta in cui si è comportato da carogna, sapeva di avere torto e ha deciso di non rimediare?” Se sbianca, o se mi risponde che lui non ha mai fatto del male a nessuno, abbiamo un problema. Oppure gli domando se sia disposto a mostrarmi gli scheletri che tiene nascosti nell’armadio e fino a che punto voglia mettere in luce le sue zone d’ombra. Se fiuto che il mio interlocutore aspira solo a realizzare un santino celebrativo con il suo nome in copertina, da mettere in mostra per farsi bello, gli consiglio di rivolgersi a una delle tante agenzie che fanno questo mestiere a una tariffa di gran lunga più conveniente della mia.

Per scrivere un buon libro, ho bisogno di un aspirante autore disposto a mettersi in gioco senza reticenze, e per far questo ci vogliono coraggio e spirito d’avventura. Raccontare la propria storia per farne un romanzo è un’avventura fantastica da condividere, ma bisogna esserne all’altezza. Non basta il peso del proprio conto in banca per diventare interessanti sulla carta.

Io cerco ancora i Giganti, di loro ho nostalgia.

 

Leggi anche: Come scegliere il ghostwriter, quello giusto: consigli pratici

 

Foto di StockSnap da Pixabay

Share: