Si dice che la narrativa sia un genere superato da altre forme artistiche come le serie tv e che il romanzo stia morendo per questo. Che cosa ne pensa?
«Non concordo sul fatto che la narrativa sia morta — in questo momento in America sono attivi molti romanzieri di prim’ordine. Quello che sta diminuendo è il bacino di lettori seri, attenti e impegnati, e continuerà a diminuire a causa dell’incommensurabile popolarità dello Schermo. Prima lo schermo cinematografico, poi lo schermo televisivo, e ora lo schermo più invasivo di tutti, lo schermo elettronico in tutte le sue allettanti incarnazioni. Il fascino che un tempo la narrativa esercitava su bambini e adulti è stato distrutto dalle attrattive e dalle seduzioni della magia dello schermo. Gli scrittori continueranno a scrivere, ma il pubblico diminuirà sempre più, fino a quando un bel giorno la setta dei lettori di narrativa non sarà più numerosa di quella di chi oggi legge poesia latina per svago». Questa la risposta di Philip Roth a Dario Olivero che lo ha interrogato nel corso di una interessante intervista che potete leggere qui.

Sono d’accordo con Roth. Sostengo da tempo che i lettori di narrativa siano una specie in estinzione che andrebbe protetta e che il romanzo, così come lo conosciamo, sia destinato a scomparire; nel frattempo è già dimagrito parecchio e ora un centinaio di pagine sono catalogate come uno sforzo letterario “di spessore”.  Spesso discuto di questi temi con gli amici. Molti di loro gravitano all’interno di un mondo che ha a che fare con la scrittura o con altre arti come la musica e la pittura; quelli che abbracciano la mia tesi sono relativamente pochi, di sicuro un minoranza. Sono convinta che la maggior parte degli altri imbrogli quando sostiene di amare la narrativa. Si fingono lettori per non perdere la faccia davanti a chi macina pagine su pagine consumandosi la vista, ma non leggono, o comunque non leggono più o quasi. In certi casi non hanno mai letto, ma sono “riusciti a non darlo a vedere”.
Se fossi stata furba mi sarei annotata le risposte che ho raccolto negli anni alla domanda «Cosa ti piace leggere?» Ho amici e conoscenti tra i giornalisti e gli scrittori. Tra i primi quelli che leggono sono una minoranza. Ricordo anni fa, per caso mi ero trovata in una libreria insieme al caporedattore di una delle riviste per cui lavoravo. Io ero intenta a scorrere le quarte, a carezzare le copertine a leggiucchiare incipit a caso. Lui guardava la distesa dei titoli in esposizione senza manifestare alcuna curiosità. Alla domanda «Cosa ti piace leggere?» aveva dato una risposta improbabile: «Io non ho tempo» aveva detto «però legge mia moglie».  Oggi le giustificazioni sono meno originali. Molti, sia uomini che donne, alla stessa domanda rispondono dicendomi che “non hanno tempo” e poi “non c’è nulla di buono in giro”, come se fossero costretti a leggere solo i libri che stanno in testa alle classifiche; eppure nessuno li obbliga a sorbirsi l’ultimo Volo! Altri sostengono di non riuscire più a superare le prime pagine di un libro; dicono che troppi sono mal scritti o tutti uguali e noiosi, poi gli suggerisci dieci titoli e a malapena ne conoscono uno. C’è chi si definisce un ex-lettore: «Ho smesso perché non me la sento più, mi deprime» mi ha risposto un’amica, io non ho capito, ma ho preferito non indagare e comunque apprezzo l’onestà. Invece non giustifico gli scrittori che dicono di leggere poco, di non volere contaminare la loro arte. Beh, quasi sempre si vede da come scrivono e farebbero bene a deporre il mouse una volta per tutte. Quelli che proprio non sopporto sono i lettori fasulli, quelli che fingono di essere aggiornati, sempre sul pezzo. Parecchi frequentano con assiduità gli eventi letterari dove non comprano mai il libro che sta sotto i riflettori. Non ne hanno bisogno. Dopo avere assistito alla presentazione sanno tutto quel che c’è da sapere sui contenuti del romanzo e sull’autore, eppure è facile coglierli in castagna. Una volta ho discusso con uno di loro di un libro di cui conoscevo bene i contenuti. Dopo un breve scambio di battute era risultato palese che il mio interlocutore non l’avesse mai letto e che si fosse pure distratto durante la presentazione, probabilmente per chattare. Ne sono sicura perchè in quel caso l’autore ero io, mio il libro che avevo scritto nelle vesti di scrittore fantasma. A lui non l’ho detto e quando lo incontro lo saluto sempre con un gran sorriso. Sono un ghost, dopo tutto, per vendicarmi lo aspetto “di là.

Immagine dal web di Quint Buchholz

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