Apro il computer, scorro le mail: ecco quella che aspettavo con la conferma per la scrittura di un nuovo libro. La scorro e mi blocco sulla chiusa; il cliente scrive: «Le chiedo solo una cortesia: la stesura del libro deve restare frutto del suo lavoro personale, non usi l’intelligenza artificiale».
Leggo e rileggo la riga finale e resto attonita a fissare lo schermo. La mia prima reazione non è solo di sorpresa, sono irritata, anzi arrabbiata. Dopo diversi incontri conoscitivi, un cliente mi commissiona il romanzo della sua vita e, inviandomi la lettera d’incarico firmata, mi chiede di promettergli che non delegherò un algoritmo a fare il lavoro al posto mio.
Gli rispondo di getto, lo tratto male, gli ricordo che nel contratto esiste già una clausola specifica sull’uso dell’IA che forse non ha letto. E comunque, come può pensare che io, una scrittrice professionista, possa cimentarmi nel far scrivere la sua storia da una macchina? Col senno di poi avrei potuto dosare l’irruenza, ma la verità è che la richiesta, apparentemente bizzarra, dice molto del tempo storto che stiamo vivendo e della diffidenza che suscita un mercato inquinato da chi vende testi generati da ChatGPT, spacciandoli per umani. Oggi tanti confondono la stesura di un romanzo e/o di un memoir con la compilazione di una lista da spuntare: è il segnale di una totale inconsapevolezza riguardo alle fatiche della scrittura. Credono che basti usare la scorciatoia di un software per improvvisarsi autori.
Rimugino ancora sull’uscita del mio cliente. Do sempre per scontato che, prima di sottoscrivere il contratto, ogni aspirante autore abbia cura di vagliare le mie referenze, magari leggendo uno dei libri che ho firmato. Pretendo troppo. Occorre fare i conti con l’ingenuità di certi clienti che sognano di pubblicare senza essere né lettori né scrittori, ignorando i processi fondamentali per la lavorazione di un romanzo di finzione o di un’autobiografia romanzata.
Mi calmo, rifletto. Probabilmente il mio cliente ha messo lì quella frase come un post-it, qualcosa da segnalare perché magari gliel’ha consigliato qualcuno, comunque un gesto sbagliato. Del resto ricevo con sempre maggiore frequenza messaggi che recitano la medesima solfa: aspiranti autori dichiarano di aver creato la trama di un romanzo con ChatGPT e cercano “una ghostwriter che possa modellare e trasformare il materiale esistente in un libro completo e professionale”. Lo confesso, mi sale un sorriso maligno quando leggo «la storia è già mia» all’interno di una mail, palesemente generata da un software, inviata da qualcuno che ha bisogno sia della macchina sia di me per arrivare in fondo al suo progetto di scrittura.
La voce dell’aspirante autore: “Non so scrivere, non importa, scrivo il prompt”
Viviamo in un’epoca in cui l’ignoranza, spesso unita all’arroganza, è sventolata come una bandiera e spinge tanti a credere di sapere tutto senza aver mai studiato, o analizzato, o sperimentato in modo mirato alcuna nuova applicazione. Ne hanno sentito parlare, lo hanno letto online, gliel’ha detto un amico che con le IA lavora. Sì, ma che lavoro fa?
Chi ricorre alle IA per generare un’opera di narrativa non sta scrivendo, sta cercando una scorciatoia per tentare un’impresa impossibile: inventarsi dal nulla come scrittore, sia pure a livello amatoriale. Quel che è peggio, e anche singolare, è come quasi sempre queste persone tendano ad adattarsi al linguaggio della macchina pur di “farla funzionare”; dimenticano che dovrebbero essere le macchine a servire l’essere umano secondo le personali esigenze di ciascuno. Forse è anche su questo equivoco che rischia di andare a sbattere la nostra civiltà, o quel che ne resta.
La scrittura e la tecnologia
È giusto che io chiarisca la mia relazione con la scrittura e la tecnologia: uso tutto ciò che il mio tempo offre. Scrivo ancora appunti a mano (penne e quaderni per me sono una droga); uso il computer, il tablet, il cellulare e imparo a sfruttare al meglio le IA per i compiti di supporto alla mia attività, per le ricerche. Certo non per la parte creativa, non per la scrittura. Non è cosa loro.
Sono una scrittrice professionista e sono innamorata del mio lavoro di ghostwriter, infatti provo tormento e piacere nel costruire un’opera, sia essa un romanzo di finzione o autobiografico. Il mio compito è raccogliere le storie e tradurle nelle pagine di un libro; pare semplice, detto così, in realtà il processo legato alle fasi della scrittura è complesso, a partire dalla relazione con il mio narratore/cliente.
Al mio narratore dico sempre che la mia missione è ascoltare la sua voce, partecipare alla sua fatica nel riattraversare ricordi difficili, rispettare il suo dolore, sorridere e ridere insieme a lui, ma anche condividere quei silenzi che pesano più delle parole. Solo attraverso questi passaggi la sua testimonianza potrà prendere vita nelle pagine di un libro. Ogni incontro mi porta a scoprire vissuti che definiscono l’esperienza umana, i valori e la memoria collettiva. L’ascolto, la ricerca e l’identificazione del contenuto narrativo, opportunamente selezionato per dare corpo ed equilibrio alla storia, fa dello scrivere un’avventura cui mai vorrei rinunciare.
La narrativa di valore non è alla portata di una IA: la scrittura professionale e originale, così come la creazione di una storia, appartengono a un mondo riservato a chi possiede un vissuto. Qualsiasi IA, per quanto evoluta e versatile, non sa riprodurre le sfumature di una voce autoriale né può trasmettere la gamma di emozioni che resta un’esclusiva degli esseri umani. L’IA può rappresentare un sofisticato supporto, vale la pena di imparare a sfruttarla, ma occorre studiare perché anche in questo caso l’improvvisazione non paga. Siamo passati dalle penne biro ai computer attraversando il tempo delle macchine da scrivere; sono certa che ciò che oggi ci spaventa, domani sarà scontato.
La marcia indietro degli scrittori da algoritmo
Torniamo a quegli autori che mi chiedono di sistemare il libro che si sono fatti scrivere da una IA. La prima volta che qualcuno mi ha interpellato in tal senso risale a circa due anni fa e non ho più contato quante sono le richieste arrivate in seguito. In questo lasso di tempo la reputazione della IA come scrittore si è drasticamente ridimensionata così come sono crollate le aspettative di parecchi aspiranti autori, almeno di quelli più esigenti, che confidavano di poter riempire le pagine del loro libro grazie al talento di un algoritmo: chi ci ha provato ha avuto in cambio quello che gli esperti definiscono “slop”: contenuti insoddisfacenti e, nella migliore delle ipotesi, lineari e prevedibili, magari “facili” da leggere come può esserlo un temino delle medie, ma del tutto privi di anima.
Per fortuna, gran parte di coloro che hanno tentato di scrivere il libro della vita con una IA si sono resi conto di avere speso tempo ed energie per produrre quintali di fuffa, appunto, e si sono arresi al fallimento del loro progetto: scrivere magari per rielaborare la propria storia personale in un romanzo riducendola a pattume letterario non è accettabile. Da questo fiasco è emersa una nuova categoria di persone che Dan Gerstein, CEO di Gotham Ghostwriters, ha definito AI refugee. Si tratta di autori privi della cassetta degli attrezzi dello scrittore che hanno ceduto alla tentazione di dare in pasto a ChatGPT la loro “idea”, spesso una trama piena di buchi, e si sono ritrovati tra le mani un testo piatto, privo di profondità, che non li rappresenta. Preso atto dell’insuccesso, molti aspiranti autori sono ricorsi alla più classica delle soluzioni, collaudata dalla notte dei tempi: una ghostwriter, un fantasma in carne e ossa che, usando l’intelligenza naturale, l’esperienza e le competenze di cui dispone, possa lavorare per dare forma e sostanza al libro che loro e ChatGpt non sono riusciti a produrre. Questi rifugiati, avendo sperimentato i limiti della macchina e i loro nell’affrontare un progetto senza le competenze necessarie, sono oggi più che mai attenti nella scelta della scrittrice fantasma specializzata nel genere letterario di loro interesse, magari un romanzo autobiografico, un memoir; individuata la professionista giusta, sono disposti ad aspettare che si liberi dagli impegni in corso e non stanno a mercanteggiare sul prezzo.
Un altro vulnus correlato ai testi generati dalle IA è l’assenza di tutela legale, infatti questi testi non sono registrabili né tutelabili da copyright. Una volta pubblicati e fatti circolare, saranno alla mercé di chiunque li voglia copiare.
La scrittura umana è al centro di tutto
Lavorare alla stesura di un testo di narrativa, anche scriverlo senza scriverlo, ovvero collaborando con una ghostwriter, non è alla portata di chiunque per diversi motivi che ho più volte elencato in alcuni post presenti in questo sito. Il percorso da affrontare esige impegno e risorse; è un viaggio lento, un’avventura a tratti faticosa che richiede l’onestà di guardarsi dentro e di mettere in luce le proprie zone d’ombra. Ciò che emerge da un paziente lavoro di scavo condiviso, dal riaffiorare di ricordi che si credevano persi e da ciò che colgo in certi silenzi in cui la storia trova spazio per fiorire, è qualcosa che solo due esseri umani che si affidano l’uno all’altra possono trasformare nel romanzo di una vita, sia pure disordinata come tutte le esistenze vissute intensamente, ma autenticamente umana.
Prima di lanciarsi nell’azzardo di un progetto, ogni aspirante autore dovrebbe ricordare che scrivere un libro non è quasi mai necessario; siamo già sommersi da tonnellate di pagine inutili di cui faremmo volentieri a meno. Occorre anche interrogarsi sul punto più importante: perché voglio scrivere questo libro, raccontare questa storia? Ho qualcosa da dire? La domanda esige una risposta onesta e, sulla base di questa, magari si potrebbe decidere di deporre la penna e spegnere il computer, salvo che non si abbia una bella storia, potente, un valore prezioso su cui valga la pena lavorare insieme.
Per saperne di più:
Scrivere per mestiere, con passione
Scrivere un libro in due: io, ghostwriter, ascolto la tua voce
Scrivere l’autobiografia con la giusta distanza
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