Era da molto tempo che desideravo leggere il libro di Edoardo Nesi, per l’esattezza dal 2011, infatti ne ho sentito parlare per la prima volta quando ha vinto il Premio Strega. Diffidente come sono rispetto a tutto ciò che assume fama in virtù della fascetta che sbandiera il premio letterario, ho aspettato fino a che mi è capitato di trovarne una copia su una bancarella; si trattava di un’edizione usata con scarabocchiata sulla quarta un numero di cellulare e un ignoto indirizzo mail. Ecco che in quel momento è scattata in me, oltre la curiosità per questa “Storia della mia gente”, anche la simpatia. Un libro sulla cui copertina qualcuno ha preso appunti è quanto meno un libro utile. Ma c’è molto di più.

In Storia della mia gente il Nesi, imprenditore di Prato destinato ad amministrare l’impresa di famiglia fondata dal nonno (una delle più importanti fabbriche di tessitura della celebre città toscana dei “cenci”), si trova improvvisamente a dover fare i conti con la più grande crisi economico-finanziaria dei tempi recenti. La globalizzazione e le scelte di politica industriale miopi e poco efficaci fatte dai governi italiani, lo costringono, suo malgrado, a cedere la ditta di famiglia nel 2004. Una sconfitta personale, familiare, sociale, economica, politica, metafora della condizione di declino del Made in Italy a cui il nostro paese sembra non saper mettere un freno.

Questo libro è scritto bene, racconta dell’autore e della sua storia personale, di quella della sua città. Racconta della nostra Storia.

Questo libro non è di quelli che scadono in una stagione, conserva intatto il sapore e le ragioni di un’epoca, la rabbia e il rimpianto di un un uomo che guarda lo sfacelo di un mondo e ancora non se lo spiega, perché è impossibile giustificare entro i limiti di un qualsiasi percorso logico il disastro che allora è iniziato a Prato e di cui siamo ben lontani dall’avere esaurito gli effetti.

Questo libro scandisce il ritmo di un lenta e dolorosissima eutanasia, forse ancora non del tutto compiuta.

Citazioni:

Quando vendi un’azienda, vendi anche la sua storia.

… immaginate una città intera che si fonda sull’industria tessile, costellata di decine e decine di aziende come la nostra, tutte in continua crescita e tutte interconnesse in un sistema di lavoro follemente frammentato ma incredibimente efficace, fatto di centinaia di microaziende spesso a conduzione familiare che si occupano di una fase intermedia della lavorazione del prodotto, ognuna col suo nome, il suo orgoglio, il suo bilancio in utile – rappresentazioni perfette della realtà del sogno più stimolante del capitalismo, quel rarissimo fenomeno che lo rende quasi morale, per cui gli operai più capaci e più volenterosi che decidono di mettersi in proprio e diventare imprenditori possono provare a farlo con una certa possibilità di successo, compiendo così il primo passo su una scala mobile sociale che sembra non volersi fermare mai, e crea ricchezza distribuendola in modo se non equo – non è mai equo -certamente capillare. Ma la cosa davvero bella, la cosa assolutamene strepitosa era che non bisognava essere un genio per emergere, perché il sistema funzionava così bene che facevano soldi anche i testoni, purché si impegnassero anche i tonti, purché dedicassero tutta la loro vita al lavoro.

... non riuscivo a non pensare a che cosa farà tutta questa gente quando i loro posti di lavoro si volatilizzeranno, come sta per succedere.

... il mercato sono loro; quelli che promettono l’illusione della moda al prezzo più basso, Giorgio Armani al costo della Upim, che affidano la loro immagine a paginate di giornali e riviste popolate da ragazzini sorridenti e multietnici sprizzanti allegria e giovinezza e colore, i supergruppi di dimensione planetaria che sembrano onorare i nostri piccoli imprenditori coi loro grandi ordini e invece li sfruttano strozzandoli a morte sul prezzo; quelle titaniche aziende globali che si acquattano nei loro quartier generali nuovi e splendenti creati dai oloro servi più fedeli, gli architetti di grido; monumenti diacci e sterili fatti d’acciaio e cemento e vetro che riflettono il cielo e le nuvole, dove lavorano solo dirigenti e impiegati perché la produzione dei capi avviene in un’altra parte del mondo, in fabbriche del tutto diverse – credetemi, le ho viste – e da persone del tutto diverse...

Storia della mia gente di Edoardo Nesi
Bompiani, 2010 – pagine 169

Immagine dal web

 

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