Di mestiere scrivo le storie che gli altri mi raccontano, lo faccio da molti, molti anni, ho collaborato con tanti narratori, sono le persone che mi affidano le loro storie affinché io le traduca in romanzi. Nel mio sito ho scritto spesso di come funziona il ghostwriting, del rapporto tra il narratore/cliente e la scrittrice, della relazione di fiducia, dell’empatia come elementi indispensabili per far scattare il feeling che serve per affrontare l’avventura di scrivere un libro a più mani, di come risvegliare la memoria per far fluire i ricordi etc.

Ora voglio soffermarmi su come il narratore debba leggere il romanzo ispirato alla sua storia nei vari passaggi in divenire: dai primi capitoli in bozza, alla prima stesura completa, all’opera revisionata e poi editata.

In base alla mia esperienza, fino a qualche anno fa le persone che decidevano di affrontare un progetto di scrittura attraverso il ghostwriting di solito disponevano degli strumenti adatti ad affrontare un percorso condiviso di scrittura in cui uno racconta, l’altro scrive e tutti e due leggono e rileggono e commentano per aggiornare e perfezionare il testo. Negli ultimi periodi ho riscontrato diversi cambiamenti rispetto al modo in cui il narratore affronta la collaborazione al progetto di scrittura. Senza generalizzare e senza entrare in una complicata analisi di come si raccontavano le persone, com’erano prima e come sono ora nell’ambito di una relazione basata sul ghostwriting, mi soffermo, come anticipato qualche riga fa, sul processo di lettura e rilettura di un testo in corso d’opera, ma non intendo rifarmi ai criteri del close reading, o lettura ravvicinata. A questo proposito mi limito a dire che, in sintesi, il close reading è una modalità di analisi che porta il lettore oltre la comprensione del testo, verso la sua interpretazione; semplificando ancora, questa tecnica, declinata in più modalità, consente a chi legge, per esempio agli scrittori, di fare una lettura approfondita di altri autori per comprendere non solo ciò che dicono, ma come lo dicono.

Ritornando al ghostwriting, spesso i narratori non sono dei lettori, o sono lettori occasionali, di rado sono appassionati lettori, talvolta non hanno alcuna competenza specifica come lettori, ma è certo che saranno ansiosi di leggere ciò che io scrivo e consegno loro a mano a mano che procedo nella stesura del romanzo che li riguarda.

In un libro ispirato a una storia vera, contano soprattutto la qualità della scrittura e il valore della storia.

Nella collaborazione con la scrittrice, il narratore deve leggere più e più volte il testo applicando un criterio di lettura attenta e consapevole e, nonostante la storia che legge sia ispirata alla vita che ha vissuto – anzi, proprio per questo -, deve adottare lo stesso sguardo di un qualsiasi lettore, quindi deve sforzarsi di restare un passo indietro rispetto ai contenuti che lo riguardano.

Lo so, è complicato. Lo è di più in questo presente in cui molti hanno in parte perso l’attitudine a restare concentrati, bersagliati come sono da mille distrazioni. Il modo corretto per leggere una storia mentre nasce e cresce fino a diventare un libro compiuto, esige elevati livelli di attenzione e parecchio tempo perché a ogni lettura occorre dedicare il giusto spazio in termini di ore e di riletture.

Il narratore deve imparare a  prendere confidenza con le pagine, anche con l’impaginato, con le scelte fatte da chi scrive per dare respiro alla scrittura, con il modo in cui sono distribuiti i paragrafi, per esempio, o come vengono indicati i dialoghi; dovrà entrare nella chiave di quella scrittura, delle scelte lessicali, se dispone degli strumenti per farlo, o comunque dovrà accomodarsi tra le pagine scritte, familiarizzando con lo stile adottato. Come si sente lì dentro, da lettore? Ha voglia di scoprire come viene rappresentato quel dato evento, o quell’altro personaggio?

Il libro racconta la sua storia, dunque il narratore è preso nella rete, c’è sempre un coinvolgimento emotivo che consiglio di contenere; potrebbe essere eccessivo, o totalizzante fin dalla presa in esame della prima stesura, la più grezza. Per la riuscita del libro serve che il narratore adotti la misura della distanza dal personaggio che lo rappresenta sulla carta, e dalla storia. Solo così potrà entrare nel romanzo riflettendo sul protagonista, il suo alter ego, sugli altri personaggi che lo popolano, molti presenti anche nella sua vita, su certe situazioni che magari viste da un altro punto di vista, attraverso la scrittura, portano a scoperte di differente natura.

Al contrario, se il narratore leggerà e rileggerà la storia che lo rappresenta in modo entusiasta, goloso (affrettato) e superficiale, se sarà tanto pigro da non prestare la dovuta attenzione alle sfumature, quindi non vedrà oltre il testo gli eventuali sottotesti usati per rivelare contenuti non espliciti, se non farà lo sforzo di andate oltre ciò che racconta il testo (il contenuto) per capire anche in che modo è raccontato, si metterà nella condizione di un cavallo che gira con il paraocchi, senza alcuna possibilità di osservare tutto ciò che accade oltre la striscia di strada su cui procede.

“L’uomo s’aggiusta scrivendo un bel giorno un libro
o un opuscolo o almeno un articolo di giornale,
e cioè inserendo a verbale la sua protesta negli atti dell’umanità,
il che è un gran sedativo, anche se nessuno lo legge”.
Robert Musil

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Foto di JULIO VICENTE da Pixabay

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