Il senso di una storia: La maestra di Kabul di Carlo Annese, Selene Biffi

Scritture&Scrittori By maggio 22, 2014 No Comments

La-Maestra-di-kabul-web«C’era e non c’era» (così cominciano le storie nella tradizione afghana) una ragazza italiana che voleva cambiare il mondo. Una favola? Sì, ma non troppo lontana dalla realtà. Perché Selene Biffi in fondo sa come si può cambiare il mondo, un’idea alla volta. Quando, nel 2013, torna in Afghanistan dopo una prima esperienza con l’Onu, ha progetti chiari e coraggio da vendere. Selene fa un lavoro strano: crea start-up sociali, imprese con fini umanitari. E a Kabul vuole aprire una scuola. L’Afghanistan è un Paese con un tasso di analfabetismo pari quasi all’80%; un Paese in cui gli insegnamenti e la cultura si tramandano di generazione in generazione spesso soltanto attraverso il racconto orale. Ed è un Paese devastato, in cerca di una nuova identità che, forse, si può ricostruire dalle radici. Quindi – si chiede Selene – perché non partire dalla tradizione, insegnando ai giovani a «raccontare storie»? Come nelle favole, la protagonista deve superare molte prove: combatte contro una società che alle donne riserva sempre un posto nelle ultime file, sfida burocrazia e corruzione, scampa a un attentato. Ogni volta che è sul punto di mollare, trova un motivo per andare avanti: il professore-teatrante innamorato di Dario Fo, la sorpresa di entrare per caso in un negozio di aquiloni, lo sguardo di ringraziamento di un allievo fiero di aver appreso «la forza di alzarsi in piedi e parlare». La maestra di Kabul (Sperling&Kupfer)  è una storia di determinazione e coraggio, umanità e passione, che mostra il volto più sano della cooperazione internazionale, quella fatta da chi ci crede, che rischia sulla propria pelle, che è convinto che cambiare il mondo si può, semplicemente cominciando a farlo.

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Io che conosco il tuo cuore di Adelmo Cervi

Biografie By maggio 20, 2014 No Comments

20 maggio 2014

Cervi-webQuesta è una storia vera, talmente vera che sembra un romanzo. Il romanzo d’amore di chi sa bene che l’amore si nutre di libertà. In Io che conosco il tuo cuore di Adelmo Cervi (Piemme), un ex-ragazzo di oggi, figlio di un padre strappato alla vita, racconta quel padre, Aldo, partigiano con i suoi sei fratelli nella banda Cervi, per rivendicare la sua storia e, al tempo stesso, per rivendicare di essere figlio di un uomo, non di un mito pietrificato dal tempo e dalle ideologie. Una vicenda straordinaria racchiusa tra due fotografie. La prima, degli anni Trenta: una grande famiglia riunita, contadini della pianura, sette fratelli, tutti con il vestito buono, insieme alle sorelle e ai genitori. La seconda, due anni dopo la fucilazione dei sette fratelli: solo vedove e bambini, indifesi di fronte alle durezze del periodo, alla miseria, ai debiti, anche alle maldicenze. Adelmo è seduto sulle ginocchia del nonno, in faccia l’espressione di chi è sopravvissuto a una tempesta. O a un naufragio.  C’è tutto un mondo da raccontare in mezzo a quelle due foto, con la voce di un bambino che ha imparato a cullarsi da solo, perché suo padre è morto troppo presto e sua madre ora è china sui campi.

Adelmo Cervi è figlio di Verina Castagnetti e Aldo, terzogenito dei sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre del 1943. Adelmo aveva appena compiuto quattro mesi. Suo nonno Alcide, la cui figura entusiasmò Italo Calvino («Lotta contro la guerra, patriottismo concreto, nuovo slancio di cultura, fratellanza internazionale, inventiva nell’azione, coraggio, amore della famiglia e della terra, tutto questo fu nei Cervi»), ha pubblicato nel 1955 I miei sette figli, a cura di Renato Nicolai, un classico della Resistenza stampato in centinaia di migliaia di copie e tradotto in moltissime lingue.

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Il senso di una storia: Un giorno sull’isola di Concita De Gregorio

Scritture&Scrittori By maggio 19, 2014 No Comments

Concita-De-Gregorio-webUn giorno sull’isola, l’ultimo libro di Concita De Gregorio, edito da Einaudi, si basa su un escamotage narrativo che permette a madre e figlio di raccontare insieme ciò che hanno vissuto. Ed è proprio sulla narrazione fatta “insieme” che sta il cuore del libro, l’insegnamento che trasmette.

Madre e figlio siedono allo stesso tavolo, una di fronte all’altro. Scrivono. Cercano una storia smarrita. Trovano un luogo che non c’era, il piacere del tempo perso. Si incontrano in una lingua comune, nel gioco del racconto.

CONCITA L’amore agisce, non prende appunti. Non dovevo piú scrivere di Lorenzo. Dovevo scrivere con Lorenzo. Colmare la distanza tra di noi cosí, scambiandoci le parole per vedere dove ci avrebbero portato. Ho imparato le sue, ho messo sul tavolo le mie.

LORENZO Ho inventato questa storia giocando con mio nonno, molti anni fa. Una storia di vita, di morte, soprattutto di scelte. Era il nostro segreto. Poi sono rimasto solo a custodirla e l’ho persa. Undici anni dopo sono tornato a cercarla con mia madre, la figlia di nonno.

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Le case, i luoghi della vita e della memoria – Case di Ermanno Bencivenga

Scritture&Scrittori By maggio 16, 2014 No Comments

Ermanno-webFino ad oggi in ciascuna delle storie di vita che ho raccolto come ghost writer, c’è sempre stata almeno una casa a rappresentare una parte importante delle vicende narrate. Qualche volta era il teatro di scena, il fondale oppure un punto d’arrivo o un luogo da cui fuggire, più spesso il rifugio a cui tornare. Per questo sono sempre curiosa di leggere i libri che parlano delle case, del loro essere presenti nelle vite degli altri e nel determinare più spesso di quanto pensiamo i loro destini.

Ermanno Bencivenga, professore di filosofia all’Università di California (Irvine) e logico di fama, con Case (Cairo Publishing) propone sei racconti che si muovono in un territorio cui siamo davvero intimamente affezionati, quello della casa. La scrittura è precisa, puntuale e avvolgente, ci conduce subito in quegli ambienti, li facciamo nostri e li sentiamo amici o nemici, a seconda del caso. La casa di proprietà è sempre stata in cima ai sogni degli italiani, ma il legame con lo spazio al di là del confine della porta che separa la vita di ciascuno di noi dalle altre, va ben oltre il vantaggio del possesso materiale di quattro mura. Lo descrive magistralmente Bencivenga fin dal primo racconto in cui alcuni arredi dello splendido salone dell’appartamento milanese dei coniugi Dadda, esprimono un carattere che travalica quello dei proprietari, “… poggiava  agguerrito un tavolo da pranzo in legno massiccio …”  cui si aggiungono altri elementi funzionali per determinare l’offerta di almeno tre diverse ipotesi di vita. Il salone in questo caso è “la cifra, l’archetipo, il paradigma” del loro mondo, il palcoscenico in cui viene esibito l’evolversi della vita familiare, il piacere, il successo anche sociale e la realizzazione personale fino al primo malessere per l’incombenza dei figli adolescenti che diventano appendici estranee e noiose, fuori posto nel salone ove tutto è perfetto.  I padroni di casa alla fine non riconosceranno neppure il limite della loro decadenza.

Case-webLa prestigiosa villa nei dintorni di Genova, il sogno di Antonietta e Raffaele Iovine reso reale grazie a un imbroglio, è solo lo strumento per favorire la scalata sociale di chi ha investito sul possesso materiale e non su se stesso, un mezzo per conquistare il rispetto degli altri e il successo sociale, comunque fasulli. Un fallimento percepito dalla coppia, ma di fatto negato di fronte al riconoscimento ottenuto dalla casa.

Volterra. L’illusione di un attimo, un deviare dal proprio sentire. Luca Spiazzi, docente di economia e donnaiolo, quasi indifferente alla vita in cui è calato, ha sempre inteso la casa di proprietà come la catena a un modello di vita stabile. Lui non ha bisogno di mettere radici, di avere una cuccia cui tornare. Mente a se stesso restando in affitto, provvisorio, dentro una normalità cui finge di non appartenere. Un giorno è tentato di cedere a una casa dentro un paesaggio. È un attimo. Ritorna subito a quell’idea di provvisorietà che lo lascia libero di partire quando vuole per un viaggio dentro un’altra vita che forse non farà mai.

Il cemento al posto dei prati e anche nel cuore. Questo, ambientato a Roma, è il racconto forse più amaro. L’appartamento superaccessoriato rende schiavo Stefano, un giovane vecchio dentro, che affronta una vita di sacrifici e rinunce per mantenere una casa che non può permettersi, una vita negata a causa della casa.

A Reggio Calabria la penna di Bencivenga dipinge l’affresco di una società isolata, ormai in rovina. I nobili padroni di una storica dimora, chiusi in un ottundimento definitivo che preclude qualsiasi possibilità di salvezza, soccombono. I giovani di solito se ne vanno, fuggono perché non hanno altra scelta. Chi resta, come Pina, all’inizio una donna vitale e piena di attese, finisce divorata dalla casa patrizia. Infatti, acquisito il titolo di Donna Pina le verrà negata la possibilità di un riscatto e finirà per consolarsi con il cibo, inghiottita dal lato oscuro della casa. Il palazzo, come le case dei racconti precedenti, attende di tornare a nuova vita andando oltre chi in passato gli fu padrone. Vincono le case, quasi sempre.

Nel racconto che chiude la raccolta c’è una casa che perde la partita. Narra la storia di Demetrio, un emigrante che ha lasciato l’abitazione ereditata dal padre a San Giovanni in Fiore, un paese della Sila. Per Demetrio la casa, costruita dal genitore come segno di riconoscimento della propria fortuna presso i compaesani, è una prigione. Allora lui sceglie la libertà, emigra a New York e va ad abitare in un sobborgo di Queens. Lascia indietro l’edificio che si degrada lentamente e di cui resteranno a imperitura memoria solo gli infissi di alluminio. A Demetrio va il merito di una scelta coraggiosa che lo porterà a vivere nel bene e nel male “fuori di casa”. Infatti, non ne avrà mai una intesa nel senso italiano, e non solo, del termine.

 

 

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La valigia quasi vuota di Baharier Haim

Biografie By maggio 14, 2014 No Comments

14 maggio 2014

writable-Volumi-Baharier-LA-VALIGIA-webNon è stato facile sezionare, dividere, fare ordine tra i ricordi, le sensazioni. Ogni momento che scandiva la mia crescita era prezioso e portatore del nuovo
Tutto ha inizio con una valigia di cartone dal contenuto enigmatico ed evocativo, eredità identitaria di Monsieur Chouchani, clochard geniale apparso nella Parigi degli anni Cinquanta e poi svanito nel nulla. «Io non so cosa sappia», ebbe a dire di lui Emmanuel Lévinas, «ma di una cosa sono certo: tutto quello che io so, lui lo sa.» È a partire dai ricordi, dalle voci e dalle leggende sullo scostante e onnisciente Chouchani che Haim Baharier, per la prima volta, racconta la propria vita. Nella memoria si fanno allora spazio frammenti di ricordi, di storie personali e familiari: l’infanzia nel dopoguerra, i precettori che lo introducono alla Torà, la complicità di un amico nella scrittura dei primi versi, gli incontri con il mondo intellettuale parigino dei sopravvissuti alla Shoà. E poi i numerosi viaggi e gli studi fino all’arrivo in Italia, dove Baharier conduce memorabili lezioni di ermeneutica ed esegesi biblica. Racconto a metà tra una biografia impossibile e un’autobiografia involontaria, La valigia quasi vuota (Garzanti) tiene insieme, con delicatezza e sincerità non comuni, memorie personali e storia collettiva, schegge di vita emblema di un intero popolo. Gli incontri, i luoghi e le esperienze vissute diventano così simboli da interpretare e da cui trarre insegnamenti, in un libro che riesce ad appassionare, commuovere e insegnare come accade solamente alle opere dei veri maestri.

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