L’altro giorno ho letto un articolo uscito di recente su La Stampa in cui Bruno Ventavoli invita gli editori a pubblicare meno libri (lo potete leggere qui). Tra l’altro Ventavoli sottolinea quanto sia effimera la vita dei libri pubblicati dalle case editrici. Questo è un aspetto cui è corretto dare evidenza rispondendo a chi, intenzionato a commissionare la scrittura di un libro a uno scrittore professionista, un ghost writer come me per intenderci, prima o poi pone la domanda di rito: “Quando il libro sarà finito come faremo a pubblicare?”.

La spiega che do è sempre la stessa: in sintesi in Italia si possono seguire tre strade per pubblicare un libro.

La prima opzione non l’ho mai usata e la sconsiglio. Fa riferimento all’editoria a pagamento, la cosiddetta vanity press in cui è l’autore a pagare direttamente, o tramite l’acquisto di un numero di copie concordato in anticipo, un soggetto che si definisce editore. Una diversa opzione, che rientra comunque in questo quadro, è il pubblicare con un “editore a doppio binario”, definizione che si attaglia a quell’editore che pubblica gratuitamente alcuni autori, e a pagamento altri. A mio avviso scegliere questa opzione è squalificante per l’autore.

La seconda opzione prevede che l’autore indossi il cappello dell’editore e autopubblichi seguendo una serie di procedure che permettono di approdare a una produzione finale di livello professionale, alla pari se non più curata di quella di un editore tradizionale. Il libro sarà acquistabile su Amazon e sulle altre piattaforme online oggi, tra sei mesi, tra tre anni, o cinque, o comunque quando serve.  Il ricorso al SelfPubPro (Self-Publishing-Professionale) non è però cosa per tutti. Per poter intraprendere questo strada bisogna essere disposti a investire tempo e denaro nell’impresa, perché se lo fai bene mica è gratis. Inoltre occorre possedere alcune competenze particolari e poter disporre di una rete di collaboratori professionali per la grafica, gli impaginati, la promozione, eccetera. Il fai-da-te è assolutamente sconsigliato, la rete è piena di esempi disastrosi di SelfPub, senza il Pro.

La terza opzione è quella classica: l’autore seleziona una rosa di editori che possono essere interessati alla sua opera e, dopo avere tolto dalla lista quelli che hanno fama di cattivi pagatori, manda il manoscritto agli altri e aspetta. Se trova qualcuno interessato al suo libro deve valutare le condizioni proposte nel contratto. In questa fase consiglio di farsi assistere da un legale specializzato. Se alla fine decide di pubblicare con l’editore, deve essere consapevole che comunque il suo libro sarà in circolazione per un tempo limitato e aggiungo che dovrà comunque investire del suo in promozione. Nel merito cito direttamente dall’articolo de La Stampa di cui ho fatto menzione all’inizio di questo post. Dice quello che da anni spiego anch’io: “l turn over delle novità è sì alto che la vita media di un libro si riduce a un amen. Al massimo a un prece funebre. Dato che le librerie hanno spazi fisici limitati il volume nuovo scaccia quello vecchio (e come per la moneta, spesso, il cattivo uccide il buono). A meno che non sia bestseller, in poco tempo imbocca la via dei resi. Torna al mittente, nei bui magazzini, come nella solitudine troppo rumorosa di Hrabal, ad aspettare il macero“. Insomma il libro con l’editore, salvo eccezioni, vivrà per una manciata di mesi, alla peggio di settimane.

Naturalmente tutto quanto sopra detto non vale per i cosiddetti “libri privati”, ovvero quelli che sono destinati a essere stampati in un numero limitato di copie utili a servire le necessità personali, private appunto, dell’autore che intende limitare la distribuzione della sua opera a una ristretta cerchia di persone. In questo caso è sufficiente confezionare il libro in modo professionale per grafica e impaginati e poi rivolgersi a un buon stampatore.

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Immagine dal web.

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