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Scritture&Scrittori

Il senso di una storia: Jonathan Franzen, Zona disagio

Scritture&Scrittori By aprile 10, 2014 No Comments

Franzen-Zona-DisagioSapere che una certa cosa era condannata a finire eppure cercare allegramente di salvarla: era una caratteristica di mia madre. Avevo finalmente cominciato ad amarla verso la fine dei suoi giorni, quando viveva sola e stava subendo un anno di chemio e radioterapia. … I suoi ultimi dieci anni di vita, che cominciarono con la demenza di mio padre e terminarono con il suo cancro al colon, furono una mano sfortunata che lei giocò da vincitrice”.

L’impianto autobiografico di Zona disagio (titolo originale The Discomfort  Zone, 2006) edito da Einaudi, racconta della vita del giovane Franzen fino ai quarant’anni mettendo a fuoco l’arco temporale dell’adolescenza, il rapporto con i fratelli, quello più complesso e contrastato con i genitori, il difficile passaggio all’età adulta che porta con sé il desiderio di diventare indipendente, i primi amori e la scoperta della passione per la lettura e la scrittura. Tutto ciò passando attraverso la vendita della casa dei genitori, dopo la morte della madre, l’apprendimento del tedesco e la passione per il bird watching, in una Zona disagio in cui la memoria ridisegna gli eventi elaborati nel ricordo in modo spesso ironico e al contempo commovente. Da leggere per conoscere meglio l’autore de Le correzioni.

 

 

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Professione Ghost writer: Pseudonimi letterari 2

Scritture&Scrittori By marzo 23, 2014 No Comments

stephen-king-blaze- Pseudonimo 2“Alzò le mani, esasperato. “Non faccio del sarcasmo. Sto solo cercando di scuotervi dal vostro delirio perché vi rendiate conto della follia di quello che state dicendo! State sostenendo che uno stramaledetto pseudonimo letterario si è trasformato in un individuo in carne e ossa!” Stephen King, La Metà Oscura

Di solito chi commissiona un libro a un ghost writer e non è uno scrittore, lo fa anche per il piacere di vedere il proprio nome in copertina, come autore. Tuttavia anche in questo caso ci sono narratori che preferiscono nascondersi dietro lo pseudonimo letterario. I motivi possono essere diversi in relazione al tipo di lavoro commissionato, ad esempio un romanzo piuttosto che un’autobiografia, e dell’uso a cui è destinato. Alcuni narratori hanno come obiettivo la realizzazione di un memoir da stampare in un numero limitato di copie, magari solo un centinaio, da distribuire a parenti e ad amici per un’occasione speciale. In questo caso misurano i contenuti in modo equilibrato e coerente con lo scopo che si sono prefissi e possono mettere in chiaro le trame, i temi e i soggetti citati nel libro senza alcun timore. Se il narratore è un imprenditore e la sua storia coincide con i ricordi e le memorie legate alla sviluppo di un’attività, ne darà una diffusione più ampia, correlata all’ambito dell’azienda. Ma questo è un altro discorso.

Diversamente, se il narratore decide di raccontare la propria storia privata fino in fondo, senza nulla tacere di sé, neppure i particolari più scabrosi, e coinvolgendo altri a lui vicini, e desidera pubblicarla per renderla fruibile da parte di un’ampia platea di lettori, potrà avere la necessità di mantenere l’anonimato. In questo caso il ricorso allo pseudonimo letterario è d’obbligo. Recentemente ho lavorato alla realizzazione di un’autobiografia romanzata il cui protagonista è un personaggio fuori del comune che ha adottato questa scelta avendo come obiettivo proprio la pubblicazione del suo libro. In questo caso l’esperienza ha avuto delle connotazioni particolari, a mio avviso positive, sia per il narratore sia per il ghost writer. Infatti, lo pseudonimo letterario si è trasformato in un individuo in carne e ossa esattamente come indicato nella citazione di Stephen King che ha spesso utilizzato lo pseudonimo letterario di Richard Bachman. Il narratore ha potuto raccontare con maggiore distacco alcune parti della sua storia e il ghost writer ha gestito con più libertà il personaggio che, in alcuni casi, in un certo modo è arrivato perfino a dire la sua. Ma, come sempre, questo esempio non costituisce in alcun modo una regola perché, soprattutto in questo lavoro, ogni storia, ogni libro sono unici e originali e costruiti secondo canoni sempre diversi, secondo le necessità di ciascun narratore.

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Professione Ghost writer: Pseudonimi letterari 1

Scritture&Scrittori By marzo 22, 2014 No Comments

Pseudonimo 1Sono tante e diverse le ragioni per cui gli scrittori hanno fatto e fanno ricorso agli pseudonimi letterari. In passato lo pseudonimo è stato molto utilizzato dalla donne che, come sempre, hanno dovuto lottare per conquistare un proprio spazio anche nel campo della scrittura, un esempio per tutti quello delle sorelle Bronte che inizialmente assunsero nomi maschili. In seguito tale pratica venne abbandonata per decenni. Da qualche tempo lo pseudonimo letterario vive una nuova stagione. Tra gli anni Settanta e Ottanta se ne è servito Stephen King che ha pubblicato parecchi libri come Richard Bachman; ai tempi nostri J.K. Rowling la scrittrice della fortunata  serie di Harry Potter, ha pubblicato un libro, un giallo intitolato The cuckoo’s calling, firmandolo come Robert Galbraith. Questi sono solo due tra gli esempi più famosi. Perché lo fanno? La Rowling ha dichiarato che desiderava scrivere quello che voleva senza subire le pressioni dei media. Altri lo fanno per adeguarsi alle logiche del mercato editoriale che spesso premia di più il sesso maschile o, come nel caso di King, per non subire il peso dell’eccessivo successo e tentare in libertà possibili percorsi alternativi. Talvolta la scelta è indotta da una precisa strategia di marketing editoriale che punta a creare curiosità e mistero intorno alla figura dello scrittore. Infatti, l’uso dello pseudonimo letterario da parte degli autori sta prendendo le connotazioni di una moda legata a un gossip che, se ben gestito, suscita un senso d’attesa del libro che fa bene alle vendite.

 

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Il senso di una storia: Marguerite Duras, La Vita Tranquilla

Scritture&Scrittori By marzo 21, 2014 No Comments
Marguerite Duras

Se avessi saputo che un giorno avrei avuto una storia, l’avrei scelta, l’avrei vissuta con maggior cura per farne qualcosa di bello e di vero che mi piacesse. Adesso è troppo tardi. La mia storia è già cominciata e mi porta là dove vuole lei, non so dove e ne sono estranea. Benché cerchi di respingerla, lei mi segue, tutto vi si colloca, tutto vi si decompone, diventa memoria ed esclude ogni invenzione.

Potrei essere mille volte diversa da quella che sono ed essere io sola, al tempo stesso, quelle mille differenze. Tuttavia, sono solo quella che si guarda in questo momento, nient’altro. E forse dispongo ancora di una trentina di anni per vivere, trenta autunni, trenta estati per arrivare alla fine della mia vita. Sono intrappolata per sempre in questa storia, in questo volto, in questo corpo, in questa testa”. Marguerite Duras, La Vita Tranquilla

Marguerite Duras (1914 – 1996) ha scritto trentaquattro libri, in molti di questi compaiono elementi autobiografici, spesso legati alle esperienze vissute dalla scrittrice in Indocina. La Duras ha creato una scrittura con la quale realizza opere che richiamano la cifra dei racconti, dei poemi in prosa e perfino delle sceneggiature. La trama a volte appare disintegrata per lasciare spazio alla vita interiore dei personaggi. Una cifra stilistica che esprimerà anche nel suo impegno nel cinema con la realizzazione di ben sedici film. Il suo libro più famoso è “L’amante” in cui racconta il rapporto con il fidanzato cinese incontrato nel 1930, quando lei studiava in un pensionato a Saigon. La vita tranquilla, una promessa, un’illusione o una maledizione. Da leggere senz’altro tutto d’un fiato.

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Professione Ghost writer: l’autobiografia

Scritture&Scrittori By marzo 19, 2014 No Comments

Bobbio De Senectute“Si dice: alla fine tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. Aggiungerei: tu sei quello che ricordi. Sono una tua ricchezza, oltre gli affetti che hai alimentato, i pensieri che hai pensato, le azioni che hai compiuto, i ricordi che hai conservato e non hai lasciato cancellare, e di cui tu sei rimasto il solo custode (…) Che ti sia permesso di vivere fino a che i ricordi non ti abbandonino e tu possa a tua volta abbandonarti a loro”. Norberto Bobbio

La bellissima citazione di Norberto Bobbio, tratta dal De Senectute edito da Einaudi, ci deve fare riflettere. Perdere la memoria di ciò che siamo, significa troncare gran parte delle nostre radici. In un certo modo ci allontaniamo nel tempo da una parte di noi stessi. Anche per questo è importante curare la propria autobiografia. E non importa qual è la storia che in essa raccontiamo, infatti, non esistono storie giuste o sbagliate, belle o brutte, l’importante è raccontarle, fissarle su carta con delle parole. L’autobiografia è utile soprattutto per chi la scrive, potrà esserlo per chi la legge se la scrittura sarà scorrevole e attraente.

Per iniziare a elaborarla occorre prodursi in un tuffo nella memoria che ci permetta di fare ordine nei nostri ricordi andando a pescare anche tra quelli più dolorosi, che magari ci riportano all’interno di situazioni che abbiamo vissuto con difficoltà. Ma quelle storie ci hanno segnato, fanno parte di noi e hanno determinato scelte di vita che ci hanno portato in una direzione piuttosto che in un’altra. Occorre rivivere le storie e raccontarle con onestà, senza timidezze e senza curarsi del giudizio degli altri. Certo un tale lavoro di riflessione sulla propria vita porta inevitabilmente a fare dei bilanci che magari scopriamo diversi rispetto al passato, a riannodare fili interrotti. Si tratta di compiere un cammino coraggioso e onesto che contribuirà a farci stare meglio con noi stessi.

Tradurre i ricordi in parole scritte è un passaggio fondamentale. Si può scrivere solo  per sé, senza curarsi della forma, ma si può anche voler essere letti da amici e parenti, se non subito magari a futura memoria, ed è anche lecito avere un’ambizione ancora più alta, quella legata a un’eventuale pubblicazione. In questo caso è importante organizzare e dare una forma compiuta all’autobiografia, un’operazione non facile da portare a compimento per chi non ha l’abitudine di scrivere, ma risolvibile con l’aiuto di un bravo ghost writer.

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Professione GhostWriter: J.R. Moehringer per Andre Agassi

Scritture&Scrittori By marzo 4, 2014 No Comments

j_r__moehringer

J.R. Moehringer è senz’altro al momento il più famoso tra i ghost writer per avere collaborato alla redazione della biografia di Andre Agassi, Open, edita da Einaudi nel 2012 e diventata un best seller ancora oggi presente nelle classifiche dei libri più venduti.

Prima di Open, Moehringer, premio Pulitzer per il giornalismo, aveva scritto Il bar delle grandi speranze, pubblicato da Piemme, ambientato a Manhasset, Long Island. Il libro è l’autobiografia dell’autore, dall’infanzia fino alla gioventù, vissuta sullo sfondo del “bar di Steve”.

Dopo averlo letto Agassi l’ha contattato affinché scrivesse, come ghost writer, la storia della sua vita e ha dato ampio risalto al suo apporto nei ringraziamenti in coda a Open.

Viene spontaneo considerare Moehringer, sia nelle vesti di scrittore sia in quelle di ghost writer, come uno specialista in memorie che svelano la persona che ne è il protagonista. Lui, in alcune recenti interviste ha precisato che scrivere un memoir, ovvero una biografia romanzata, concede al lettore l’impressione di conoscerne l’interprete, ma è solo una sensazione. Infatti, chiunque si appresti a scrivere di sé, anche utilizzando un ghost writer, sceglie cosa e come della proprio vita vuole raccontare e la parte romanzata modifica e smorza, o magari dà più luce agli episodi che determinato l’obiettivo di ciascun autore.

L’ultimo romanzo di J.R. Moehringer, sempre edito da Piemme, è Anche in Pieno giorno e racconta la vita Willie Sutton, rapinatore di banche non violento in attività tra il 1925 e il 1950.

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