Ila. Ogni mattina mi sveglio, la chiamo e aspetto. Lei arriva, mi lecca le mani e mi regala un sorriso. Usciamo. Mi volto e vedo il fantasma della mia cagna che affronta il viale all’ingresso del parco. Arranca lenta, in affanno…
Rai Cultura presenta “Gli album di Marco Paolini”, in onda domenica 2 novembre su Rai Storia alle 21.30 – ch.54 del Digitale terreste e ch.23 TivùSat. Rai Storia propone il progetto di Marco Paolini, gli Album, monologhi teatrali costruiti lungo un arco temporale che va dal 1964 al 1984. I personaggi – Nicola, Ciccio, Gianvittorio, la Norma, Nano, Cesarino e Barbin – passano da un Album all’altro in una sorta di romanzo di iniziazione; tuttavia ogni capitolo può essere visto separatamente dagli altri. Paolini racconta le loro storie intrecciandole a quelle di una provincia del Nord Italia e di una generazione, la sua, che negli anni ‘70 vive l’adolescenza e la giovinezza e che, per emanciparsi dal controllo del prete del paese, si interessa di politica. Non è autobiografia, ma biografia collettiva in dialetto veneto. Gli Album vogliono essere un riscatto per quella generazione: “Chi ha provato a raccontarla– spiega Paolini – ha raccontato sempre chi si è perso”.
“È un’illusione che le foto si facciano con la macchina… si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa”. Henri Cartier-Bresson
Le vecchie fotografie aiutano a riandare indietro nel tempo e sono un aiuto prezioso per coloro che vogliono ricostruire il percorso di una vita. Tuttavia una fotografia non sostituisce un ricordo né serve a dargli precisione, piuttosto suggerisce un’idea di ciò che è stato, è uno spaccato sul passato all’interno della chiave di lettura che ne possiamo dare nel momento in cui ci passa per le mani. L’immagine evoca altre cose: voci, odori, sapori, emozioni e desideri. Solo allora quando immaginazione e perfino invenzione l’arricchiscono, assume la consistenza del ricordo. In quel preciso momento dobbiamo fare attenzione a quella particolare cosa, forse un fatto insignificante, un’istantanea apparentemente priva di senso che all’improvviso prende vita ed evidenza dentro di noi. Da lì dobbiamo partire, da quel dettaglio che affiora, a prima vista banale e tuttavia tenace, che per noi ha un significato o comunque è il capo di un filo che dobbiamo afferrare per dipanare i nostri ricordi più veri, davvero importanti per noi.
In un recente articolo Il Sole24ore ha dato evidenza delle rilevazioni statistiche sul triennio 2011–2013 che il Centro per il libro e la lettura ha commissionato alla Nielsen (http://www.cepell.it/articolo.xhtm): in tre anni, anche a causa della crisi economica, si sono persi per strada il 15% di acquirenti di libri, passando da 22,8 milioni di Italiani che hanno comprato almeno un libro nel 2011 a 19,5 milioni nel 2013. Si sono volatilizzati anche l’11% di lettori, passando da 25,3 milioni che hanno letto almeno un libro a 22,4 milioni. Due terzi della popolazione Italiana sopra i 14 anni non compra libri. Solo il 4% (ovvero due milioni di Italiani) compra circa un libro al mese e solo il 5% legge almeno 12 libri in un anno. Questi, i cosiddetti lettori forti, fanno da soli quasi il 40% del mercato editoriale italiano. Le uniche notizie positive riguardano la crescita, anche se non in grado di colmare le perdite del settore, dell’acquisto e della lettura di e-book, e il lieve delta positivo del 2% rispetto al 2012 delle vendite in abbinamento a quotidiani e periodici.
Prima di tutto precisiamo: i libri non si misurano a peso e neppure conta quanto sono spessi in centimetri, quel che vale è soprattutto la qualità composta da diversi elementi, alcuni oggettivi altri soggettivi, ma questo è un discorso di tipo diverso. La scrittura ha comunque una propria unità di misura: la cartella editoriale pari a 1800 caratteri, per convenzione indicata in 30 righe da 60 battute (spazi inclusi). Nata come strumento dell’attività giornalistica, cui serviva un’unità di misura per calcolare i pagamenti degli articoli, è utilizzata in ambito editoriale per avere idea delle dimensioni di un’opera. Con l’avvento dei computer l’indicazione sul numero di righe, 30 da 60 battute, è divenuta obsoleta poiché varia in relazione al carattere utilizzato e al tipo di impaginazione. Calcolare di quante cartelle è composto un testo su file di Word per Windows è facilissimo: basta andare su Strumenti – Conteggio Parole e dividere la cifra alla voce “Caratteri (spazi inclusi)” per 1800.
Nel libro On writing, autobiografia di un mestiere, Stephen King cita l’insegnamento che gli ha dato John Gould assumendolo come cronista sportivo: “…scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta. In altre parole ciò che scrivi comincia come una cosa tutta tua, ma poi deve uscire. Dopo che hai ben capito che storia è e la scrivi nella maniera giusta … appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla”. Si tratta di una regola generale che ha un’applicazione particolare nell’ambito della scrittura a quattro mani. Spesso lavoro con narratori che mi sottopongono i loro appunti, di solito scritti per sé, note stese magari in tempi anche lontani solo per fermare su carta ricordi e sensazioni, stilate senza il timore di venire letti o di dovere essere interpretati. Ecco un esempio di “scrittura a porta chiusa” cui fa riferimento King, sviluppata nell’ambito autobiografico. Chi inizia a raccontarmi la sua storia spalanca quella porta. Insieme esploriamo il passato, io entro nella vita di un altro, cerco di fare mie le emozioni che ha vissuto. Insieme scopriamo cose nuove. Il narratore accoglie la diversa forma di una storia, la sua, che condivide con me e, attraverso la scrittura, con chiunque la vorrà conoscere. Spesso alla fine del racconto chi narra scopre un lato inedito di sé. Il ghost writer impara sempre molto. Ci vuole coraggio per esplorare con onestà il proprio passato.
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